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	<title>Antonio Musella</title>
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		<title>Copenhagen&#8230;vicino Cosenza</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Oct 2009 18:35:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>musella81</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Pubblicato su Global Project il 16.10.2009 Il testo di Vandana Shiva “Vacche sacre e mucche pazze” uscito in Italia per Deriveapprodi, e’ datato 1999. L’anno di Seattle, l’anno dell’inizio di quel vento che investi’ prima gli stati uniti e poi l’Europa arrivando fino a Genova due anni dopo. Quel testo, quelle mobilitazioni, di oltre dieci [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=antoniomusella.wordpress.com&amp;blog=9315603&amp;post=60&amp;subd=antoniomusella&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Pubblicato su Global Project il 16.10.2009</p>
<p>Il testo di Vandana Shiva “Vacche sacre e mucche pazze” uscito in Italia per Deriveapprodi, e’ datato 1999. L’anno di Seattle, l’anno dell’inizio di quel vento che investi’ prima gli stati uniti e poi l’Europa arrivando fino a Genova due anni dopo.<br />
Quel testo, quelle mobilitazioni, di oltre dieci anni fa, ponevano con forza nel dibattito internazionale la questione dei consumi, degli stili di vita, dell’alimentazione, e piu’ in generale un desiderio, una pulsione, che prendeva corpo tra gli ultimi del pianeta di prefigurazione di un mondo diverso attraverso la trasformazione radicale di quello che c’e’.</p>
<p>I temi della decrescita, dei consumi e delle produzioni alternative prendevano sempre piu’ spazio nell’opinione pubblica, aiutati dagli strali e dai rischi del fenomeno della “mucca pazza”. Un claim che si dimostro’ una chiave di volta anche per quello che all’epoca era il movimento no global, capace attraverso la mobilitazione su queste questioni (ricordo ad esempio Mobilitebio a Genova nel 2000) di parlare ai tanti e di essere capaci di tradurre in conflitto pulsioni e desideri assolutamente vivi e prioritari nel pianeta.</p>
<p>Il vertice di Copenhagen che si terra’ nella capitale danese tra il 7 ed il 18 dicembre prossimo, trattera’ delle questioni legate al clima. La conferenza del Onu sui cambiamenti climatici, denominata Cop 15, arriva dopo un biennio di disastri dalle enormi proporzioni che hanno riguardato principalmente la macro regione dell’Asia Minore, della Cina e dell’Indocina, facendo sentire il suo peso di morti e distruzione pero’ anche in Europa, ed in Italia come la recente alluvione nel messinese, e negli Stati Uniti in cui l’alluvione di New Orleans ha dato vita ed esempio a quelle ricette di shock economy tanto care alla scuola di Chicago di Milton Friedman, capaci di devastare territori e riplasmarli garantendo i profitti dei pochi (e sempre gli stessi) e la miseria dei molti.</p>
<p>I temi legati ai cambiamenti climatici, alla difesa dell’ambiente e della salute oggi piu’ che mai rappresentano un claim in tutto il mondo.</p>
<p>A testimonianza di cio’ non basta solo andare negli Stati Uniti a comprendere le ragioni sociali delle politiche di green economy di Obama. Basta guardare all’Europa, ed alla Germania in particolare.</p>
<p>L’affermazione nelle recenti elezioni politiche del cartello della Die Linke e dei Gruinden non puo’ essere letto ne’ come una spallata alla Grosse Coalition in cui la Spd c’ha rimesso le penne, ne’ tantomeno puo’ essere letta come una riesumazione del meccanismo della rappresentanza dei partiti politici che trova una via d’uscita dalla sua crisi irreversibile.</p>
<p>Rappresenta invece probabilmente una interpretazione delle dinamiche di precarieta’ legate all’ambiente. Un claim anche questo che ci parla di fonti rinnovabili, di addio al nucleare contro la proliferazione, di necessita’ di costruire una decrescita dal basso. Un coltello nella crisi che a sua volta concretizza la metafora della pistola puntata alla tempia del pianeta, dove la 921 porta il marchio degli avvelenatori del pianeta, fatto di emissioni di Co2 indiscriminato, fatto di saccheggio delle risorse, fatto di devastazione ambientale.<br />
Uno scenario in cui i temi delle energie, degli stili di consumo, della difesa dell’ambiente sono delle priorita’ che declinano i punti di rottura delle dinamiche legate alla crisi. Un capitalismo energivoro come sostiene Beppe Caccia, che produce desertificazione, abbandono delle proprie terre, ed un flusso di emigrazione dai Sud del mondo verso i Nord che ci raccontano di come la crisi ecologica abbia anticipato la crisi economica.</p>
<p>Sappiamo bene come oggi anche le dinamiche della crisi finanziaria siano legate a doppio filo con i temi dell’alimentazione, delle energie e delle risorse cosi’ come sono centrali anche all’interno degli scontri in seno al G20.</p>
<p>Ma in nessun modo possiamo pero’ immaginare che il Cop15 possa essere attraversato per noi esattamente come le mobilitazioni del 1999.<br />
Il ciclo e’ diverso. La fase e’ cambiata.<br />
Da quello che abbiamo imparato in questi anni dalle lotte in difesa dei territori dobbiamo trovare la spinta e lo stile per attraversare il Cop 15.<br />
Usa, Germania….ma soprattutto Italia.<br />
Cio’ che e’ stato scoperto in Calabria pone nuovamente ed in maniera drammatica la necessita’ di difesa e valorizzazione delle risorse, come il mare, dell’ambiente e della salute. Il prossimo 24 ottobre ad Amantea in provincia di Cosenza ci sara’ la prima manifestazione sulla questione delle navi fantasma, quelle affondate al largo delle coste calabresi, siciliane e sarde dalle mafie cariche di rifiuti speciali ed in alcuni casi, come la motonave Rigel, radioattivi. Una mobilitazione lanciata dal Comitato Natale De Grazia, il capitano di fregata che aveva scoperto che fine aveva fatto la Jolly Rosso, una delle “Navi a perdere” come racconta Carlo Lucarelli, affondate al largo di Crotone. Natale De Grazia mori’ di caffe’ corretto in autogrill mentre si stava recando a testimoniare a Roma su cio’ che aveva scoperto.<br />
Ma la Calabria ci racconta anche della vicenda di Praia a Mare e della sua fabbrica di veleni, una Porto Marghera del Sud dove 50 operai hanno perso la vita per tumore a causa delle condizioni di lavoro. Ma anche della piana di Gioia Tauro dove tra rigassificatore, inceneritore e discariche abusive la ndrangheta ed i potentati economici hanno distrutto la costa viola e tutta la piana della locride.</p>
<p>Ma non solo. Le lotte di Chiaiano, di Vicenza, e dei tantissimi comitati territoriale in difesa della salute e dell’ambiente ci raccontano di come nel nostro miserrimo paese un solco e’ stato gia’ tracciato. Un sorta di network sparso nel paese, legato ai territori ma capace di vedere in Copenhagen un appuntamento proprio, che parla della propria lotta.<br />
Cio’ che e’ avvenuto nel nostro paese, al di la’ della “crisi rifiuti”, al di la’ del penoso dibattito sulle fonti energetiche dove nucleare e turbogas sembrano essere le sole alternative conosciute dalle lobby energetiche trasversali a Pd e Pdl, ci racconta di un’operazione di annientamento delle spinte presenti nel paese che parlano di difesa dell’ambiente. Pienamente nello sviluppo della ricetta da shock economy i media main stream e l’attivita’ legislativa a colpi di decreti e fatwa hanno provato a schiacciare “le minoranze facinorose ambientaliste” come tuonava il premier appena un’anno e mezzo fa’. A rimetterci le penne stavolta sono state le esperienze piu’ deboli, ormai persi nella logica della rappresentanza, ormai prive di legami territoriali, ormai assolutamente compatibili con le dinamiche di produzione devastatrici e saccheggiatrici, come i Verdi ad esempio, distrutti dai loro errori e da una campagna senza precedenti lanciata dalle lobby economiche. Come non ricordare come un loop continuo mandato in onda ogni sera dai Tg le accuse ad ecologisti ed ambientalisti causa dei mali dell’umanita’, colpevoli di frenare lo sviluppo fatto di sangue e cemento, colpevoli di frenare la crescita energetica, fatta da inceneritori e nucleare, colpevoli di non consentire al paese di adeguarsi agli standard dei paesi a capitalismo avanzato.</p>
<p>Ma il necessario ed auspicabile crollo di quell’esperienza ha liberato energie nuove, indipendenti, libere, lontane da compatibilita’ di sorta, legate ai territori e capaci di uscire dai provincialismi, dagli egoismi e che testimoniano oggi un tessuto vero, fatto di conflitti e comunita’ resistenti grandi e piccole che continuano la lotta in difesa dell’ambiente e della salute.<br />
Le mobilitazioni contro il Cop 15 ci danno l’opportunita’ di provare a raccogliere i segnali e le lotte prodotte da queste esperienze, di continuare a praticare uno stile diverso nello stare nei conflitti, e di costruire un ipotesi di capitalizzazione in termini di conflitto qui da noi, sui nostri territori.</p>
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		<title>Il Campione ce l&#8217;abbiamo noi !</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Oct 2009 18:34:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>musella81</dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>

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		<description><![CDATA[Pubblicato su Global Project il 10.10.2009 Sul “Il Manifesto” di ieri, Rosario Dello Iacovo attraverso un bellissimo articolo “Carrozza Boxe Antifa” in penultima pagina, racconta l’esperienza di un nostro compagno, un nostro fratello che ha combattuto per il titolo intercontinentale Wbf di pugilato. Salvatore Carrozza probabilmente rappresenta in questo momento un modello, quello del giovane [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=antoniomusella.wordpress.com&amp;blog=9315603&amp;post=57&amp;subd=antoniomusella&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Pubblicato su Global Project il 10.10.2009</p>
<p>Sul “Il Manifesto” di ieri, Rosario Dello Iacovo attraverso un bellissimo articolo “Carrozza Boxe Antifa” in penultima pagina, racconta l’esperienza di un nostro compagno, un nostro fratello che ha combattuto per il titolo intercontinentale Wbf di pugilato.<br />
Salvatore Carrozza probabilmente rappresenta in questo momento un modello, quello del giovane precario di periferia, declinando tutte le specificita’ dell’area metropolitana partenopea, che sceglie la via dell’indipendenza e dell’autonomia.<br />
Un ragazzo senza tante possibilita’, con un padre operaio della Fiat Avio, che insegue la boxe come scelta di vita, che decide di dedicarsi ad uno sport piuttosto che seguire la via dell’emarginazione sociale o quella della delinquenza che nei nostri quartieri, qui, accanto alle quattro mura di rivolta rappresentate dal Laboratorio Insurgencia, è senza dubbio la strada piu’ semplice da seguire.<br />
Ci ricordiamo bene quando Salvatore si allenava nel Lotto 14 B, una struttura comunale costruita con i soldi della legge 219/81, la legge del dopo terremoto. Un serpentone lunghissimo, con dentro una palestra polifunzionale, una piscina olimpionica, una biblioteca comunale, un auditorium, una scuola superiore, un teatro.<br />
Una cattedrale, ma assolutamente nel deserto. Nel deserto di una periferia dove nessuno si propone e nessuno investe, dove nessuno si mette in gioco tantomeno le istituzioni. Cosi’ quella cattedrale per decenni resta luogo di degrado, con il povero istituto superiore vittima di vandalismo e furti praticamente ogni mese. Negli anni ’90 il teatro fu dato in gestione a Renato Carpentieri e nacque cosi’ il Teatro Area Nord, l’auditorium e gli altri spazi vengono regalati alla Rai per girarci la fiction “La Squadra”, la biblioteca resta all’incuria, la piscina olimpionica all’abbandono, cosi’ come tutte le altre sale del polifunzionale. Ma al pian terreno il maestro Bottiglieri tira su’ con sacchi e corda ragazzi che hanno scelto un’altra vita, come Salvatore che intanto cresceva e cominciava a vincere titoli. Ce lo ricordiamo bene quando l’ennesimo atto di vandalismo provoco’ l’incendio della biblioteca, e noi, un laboratorio occupato autogestito prima del Comune portammo computer e libri per riattivare quello che per noi era ed e’ un servizio indispensabile per la nostra periferia nord.<br />
Intanto le nostre lotte crescevano, cosi’ come il legame biopolitico che fa della periferia nord di Napoli la nostra “casa” dove sperimentare formule di esodo, indipendenza ed autonomia.<br />
Salvatore dopo due anni di esperienza abbandonava l’Esercito Italiano, caso piu’ unico che raro. Per gli sport minori infatti le forze dell’ordine sono la sola ed unica via per esprimersi a livello professionistico. Ma Salvatore con una disciplina fascistoide , quella esasperazione per la bandiera che per noi del Sud non trova mai posto, esattamente come la bandiera messicana per gli zapatisti, non aveva proprio nulla a cui spartire.<br />
Per questo torna nuovamente a Napoli, torna a Marianella, quella cantata dai Cosang, quella terra dove, come suggerisce Eduardo De Crescenzo in “Cosi’ parlo’ Bellavista” si faceva prima a contare gli occupati che i disoccupati. E trova pero’ una elemento in piu’, un valore aggiunto. Il Laboratorio Insurgencia, dove in molti di noi avevamo deciso di investire la nostra vita.<br />
Trova la rivolta di Chiaiano, trova l’onda studentesca, trova i nuovi collettivi da quelli antiproibizionisti e quelli di genere che invadono la citta’ di nuova linfa, di nuove idee. L’assonanza tra quella scelta di indipendenza e la sua personale scelta di vita costruiscono da subito quel mix che fa di Salvatore Carrozza un pugile professionista militante.<br />
La rivolta di Chiaiano porta a Salvatore la lotta e quella dimensione di nuova comunità resistente fin sotto casa, e così come a Salvatore a tantissimi altri che cominciano a costruire quella che oggi è una rete fitta di relazioni, attraversamenti, sinergie che evidenziano ai ragazzi e ragazze di questa parte della città un’alternativa credibile.<br />
Salvatore ha combattuto per il titolo intercontinentale Wbf , combattendo contro un altro ragazzo come lui, uguale a lui, di un altro Sud del mondo, come scrive Dello Iacovo. Un brasiliano di 30 anni, che come il pugilato ci insegna, ha tutto il nostro rispetto.<br />
Ieri sera su quel ring Carrozza è salito con il pantaloncino nero e la stella rossa, con la maglietta bianca, la stella rossa e la scritta E.Z.L.N., sotto il ring le bandiere con il jolly roger e la stella del Ez.<br />
Ma soprattutto ha portato sul ring quella “opzione altra” che ha trovato sulla sua strada e che oggi rappresenta tutti noi. Indipendentemente da come sarebbe andata, avevamo già mostrato una strada, tutti nel nostro piccolo, e Salvatore nel suo. Un pugile che ha detto no all’Esercito Italiano per amore dell’indipendenza e della libertà.<br />
Il ring nel comune di Melito, un agglomerato urbano attaccato al quartiere di Scampia, era assolutamente incandescente. Nonostante l’eccesso di zelo di qualche questurino, nonostante la faccia piena di collera del sindaco di Melito per quello striscione sugli spalti, “Napoli è antifascista, ora e sempre resistenza! “, nonostante un giudice di gara ex generale dei Carabinieri che proprio non voleva far cominciare il match se non sparivano quegli striscioni e quelle bandiere, c’erano proprio tutti ieri sera a sostenere “Combo”. Dodici round di passione, di botte date e prese, di rispetto per l’avversario, il quale quando commette scorrettezze si gira verso il pubblico e chiede scusa. Alla fine Salvatore ha vinto ai punti.<br />
“Combo” Carrozza è campione intercontinentale Wbf dei pesi welter.<br />
Quel pugno alzato sul ring dopo l’incoronamento, quella gioia irrefrenabile delle centinaia di amici e compagni giunti a sostenerlo finalmente ha trovato sfogo, e quelle bandiere che quel giudice – carabiniere proprio non sopportava hanno potuto sventolare liberamente.<br />
Oggi abbiamo un’opportunità in piu’ per porre con forza, ed oggi più che mai, la questione degli spazi sociali in città, della necessità di trasformazione delle periferie che non è solo urbanistica ma è anche e soprattutto sociale.<br />
Non lo so se questa esperienza possa essere paragonata a quella dei pugili di Marcianise raccontati da Saviano più volte, ma so bene che il nostro pugile non santificherà mai il Tuscania e non parlerà mai di eroi quando parlerà di guerre e di pseudo missioni di pace.<br />
Salvatore è libero…autonomo…ed indipendente. Davvero !</p>
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		<title>Tettologia Marxista</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Sep 2009 16:57:47 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Pubblicato su Global Project 06.09.2009 Tettologia marxista di Antonio Musella L’estate ci ha consegnato uno scenario delle lotte sociali nel paese probabilmente inaspettato. Oggi possiamo sostenere ironicamente di essere passati ad uno “sviluppo verticale delle vertenze”, ovvero dalle piazze e dalle strade ora si sale sui tetti, verso l’alto, da una gru al tetto della [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=antoniomusella.wordpress.com&amp;blog=9315603&amp;post=54&amp;subd=antoniomusella&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Pubblicato su Global Project 06.09.2009</p>
<div id="column-2" style="width:228px;">
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<div><a title="tetto" href="http://www.globalproject.info/public/resources/images/max/tetto.jpg"> <img src="http://www.globalproject.info/public/resources/images/small/tetto.jpg" alt="tetto" /></a></div>
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<p><strong> </strong></p>
<h1>Tettologia marxista</h1>
<div>di <a title="Antonio Musella" href="http://www.globalproject.info/it/tags/antonio-musella/author">Antonio Musella<br />
</a></div>
<div>L’estate ci ha consegnato uno scenario delle lotte sociali nel paese probabilmente inaspettato. Oggi possiamo sostenere ironicamente di essere passati ad uno <em>“sviluppo verticale delle vertenze”</em>, ovvero dalle piazze e dalle strade ora si sale sui tetti, verso l’alto, da una gru al tetto della fabbrica, dal tetto del provveditorato a quello di un museo. L’esperienza della Innse a Milano ha senza dubbio segnato uno spartiacque per quelle che sono le lotte che si svilupperanno. Come tutti gli anni i movimenti si sforzano di annunciare autunni caldi, caldissimi, bollenti, fino ad esaurire gli aggettivi. La recente propensione dei metereologi a considerare l’estate con un mese in più potrebbe venir incontro a molti. Questo per dire che di autunni freddissimi ne abbiamo vissuti diversi, e negli ultimi anni solo grazie all’onda e grazie ai movimenti in difesa dei beni comuni c’e’ stata più calura o quanto meno temperature miti.<br />
Ma andiamo con ordine, in una riflessione pre-autunnale che prova a svilupparsi sulla fase e la tendenza e sull’approccio al conflitto sociale che ne deriva. La fluidità delle dinamiche della crisi ci portano a misurarci con una dinamica del tessuto sociale che invece di costruire comune si rinchiude nella risoluzione della propria personalissima condizione davanti al depauperamento globale.<br />
<em>Noi la crisi non la paghiamo</em>….certo, senza dubbio…<br />
Ma molti lavoratori (spesso anche studenti) smettono di iscriversi ai sindacati (tutti) e smettono anche di percepire loro stessi come soggetti in conflitto, vivono come normalità la rifunzionalizzazione lavorativa e la riqualificazione professionale, il precariato si tramuta in disoccupazione e lavoro nero, ed i lavoratori autonomi, principalmente legati al settore manifatturiero, si tramutano in disoccupati con l’aspettativa di esserlo per lunga durata, spesso cinquantenni e quindi espulsi dai processi produttivi, tutto questo senza un elemento che ci porti a constatare la tendenza ad una ricomposizione di classe che permetta la costruzione di una dinamica di conflitto adeguata davanti alla crisi.<br />
Insomma, piuttosto che rappresentare l’accelerazione di un processo di trasformazione della società in termini di costruzione di comune, la crisi ed una dinamica di gestione videocratica del dominio, che ha portato ad un mutamento biopolitico del paese, ci raccontano altro. Ci parlano di un tessuto sociale incapace di opporsi ad una gestione della crisi fatta di smantellamento dello stato sociale e trasformazione/espulsione del/dal mercato del lavoro e davanti alla quale l’italiano medio si ipersoggettivizza rendendo evidente un meccanismo di sussunzione del lavoro al capitale che assume una ulteriore complessità perché avviene anche in termini biopolitici.<br />
In sostanza viviamo in un paese di merda.<br />
Nonostante l’onda ed i movimenti in difesa dei beni comuni, il nodo centrale delle condizioni materiali di vita e quindi i nodi legati al lavoro/reddito/welfare restano in termini di conflitto nel nostro paese poco in salute. La fase dunque ci mette davanti all’impossibilità, al momento, di costruire percorsi di trasformazione sociale che siano immediatamente incompatibili con il quadro generale che analizziamo o che siano, più semplicemente, profondamente rivoluzionari rispetto all’esistente. Davanti a ciò dobbiamo avere la capacità di riaggiornare pratiche, codici di linguaggio, modelli organizzativi del conflitto sociale e specialmente avere un’ idea differente dei termini vertenziali dello scontro sociale.<br />
Davanti a questo scenario piombano, tra agosto e settembre, nell’ordine : i gruisti di Milano, i vigilantes capitolini, le leonesse del Sannio, ancora gli sfrattati capitolini e con in mezzo la Manuli, la Lasme, la Cnh, ecc. ecc.<br />
Senza dubbio queste esperienze hanno avuto il merito importante di rappresentare una destrutturazione della logica di dominio del capitale: la fabbrica si chiude e si vende – no, la fabbrica la occupiamo e tu non vendi. Un paradigma semplice ma che tiene in sé un meccanismo di destrutturazione ed al tempo stesso una auto valorizzazione delle lotte che non si tramuta immediatamente in incompatibilita’. La Innse ha avuto il merito di cominciare, e anche di vincere….dicono.<br />
Sono sempre dell’idea che sia complicato parlare di sconfitte e di vittorie.<br />
La Innse rappresenta un modello di auto valorizzazione delle lotte importante, rappresenta la speranza per centinaia di migliaia di operai del settore manifatturiero che vedono scomparire il proprio lavoro perché l’azienda non riaprirà, oppure perché si troveranno alla fame perché finisce la C.i.g, e non ci sono ammortizzatori sociali. Ma infondo la Innse cosa ha significato? Al di là della scommessa profondamente azzeccata delle pratiche di lotta, resta da fare una considerazione di carattere vertenziale. Gli operai licenziati occupano la fabbrica e sono loro stessi a trovare un altro padrone. Al di là delle considerazioni sulla “gioia del lavorare in fabbrica”, ed anche sulla necessità di trasformazione profonda del tessuto produttivo industriale del nostro paese,  nonché del sostituirsi ad un compito proprio del capitale,  ma i paragoni con l’argentina Zanon sono eccessivi da questo punto di vista. Siamo ancora lontani dall’autogestione delle fabbriche e dalla costruzione di reti di cooperative autogestite capaci di essere un’anomalia affermata, come le esperienze di <em>“bajo controlo obrero”</em> in argentina. Lontani anni luce.<br />
Innse <em>no es del pueblo</em>. Ma la Innse ci da un esempio oppure no ?<br />
Ci racconta del conflitto sociale ai tempi della crisi e di come dobbiamo provare a cimentarci oggi nel conflitto capitale/lavoro. Quegli operai hanno costruito comune, hanno avuto la forza e la consapevolezza di cosa rappresentavano in quel momento ed hanno dato un esempio di come si possa affrontare oggi, ai tempi della crisi, il nodo delle condizioni materiali. Essere licenziati senza prospettive con un rischio altissimo di espulsione dal mercato del lavoro per i più e di perenne ed incerta riqualificazione per altri, rimanere senza reddito assoluto e senza prospettive di ammortizzatori sociali, oppure attraverso il protagonismo vero prendere in mano in termini collettivi le sorti della propria sopravvivenza senza piegarsi ad una fine triste ed inenarrabile. La Innse non ha chiuso, ha un nuovo padrone, i costi di questa operazione probabilmente ricadranno sulle condizioni di lavoro e di salario degli operai stessi, ma quel protagonismo che c’e’ stato significa mantenere aperto un terreno di conflitto, mantenere viva una resistenza, non piegarsi <em>tout court</em> alla logica dominante di gestione della crisi. Gli operai avranno ancora un salario.<br />
L’andamento di quella lotta non può essere che merito degli operai stessi, della loro capacità di decisione collettiva e di autogestione. La Fiom senza dubbio ha avuto un ruolo, ma non per questo rappresenta oggi la punta avanzata del conflitto. La stessa Fiom che alla Innse è stata al fianco del protagonismo operaio, alla Lasme di Melfi fa scendere gli operai dai tetti. Giusto per intenderci. Questo ci racconta che non possiamo guardare a queste lotte a partire dalla considerazione sulle organizzazioni sindacali che vi partecipano, ma solo ed esclusivamente dalla capacità di autorganizzazione e di autonomia degli operai stessi. C’e’ da sperare, ne sono certo, nella volontà non solo della Fiom, ma anche dei sindacati di base, di investire in esperienze come queste che vedano il protagonismo vero dei lavoratori. In particolar modo i sindacati di base portano nel loro dna questa tendenza. Tutto questo, che è volontà in potenza, deve però sempre misurarsi con il reale radicamento dei soggetti sindacali in questione. La stessa crisi delle organizzazioni sindacali tutte, potrebbe essere superata in avanti da un tale protagonismo. Perché, infatti, dalla Innse si sono poi sviluppate con le stesse pratiche altre lotte. La Manuli e la Lasme senza dubbio, ma anche i precari della scuola che a Benevento occupano il tetto del provveditorato ad oltranza e che rappresentano un settore sociale e lavorativo diverso dal mondo operaio, ed è proprio per questo che oggi le lotte dei precari della scuola possono contribuire ulteriormente a quella tendenza alla ricomposizione di classe che tutti auspichiamo. Ma anche qui dobbiamo guardare alla Innse per capire che 57 mila precari senza incarico, davvero come dicono i sindacati di base il più grande licenziamento di massa, dovranno misurarsi con la stessa dinamica avuta alla Innse. Non hanno bisogno di un nuovo padrone, ma di reddito o salario che venga garantito attraverso una serie di misure che siano il più durature possibile. In questo modo potremmo parlare di generalizzazione delle pratiche, di spinta positiva delle lotte sociali, di consolidamento di una resistenza sociale dal basso, ed anche di una nuova militanza che bisognerebbe mettere a valore.<br />
In questo scenario quindi, senza dubbio non stiamo parlando della trasformazione definitiva e completa dell’esistente…ci mancherebbe, ma stiamo parlando dello sviluppo di lotte che passano per un protagonismo sociale vero e che vertenzialmente portano qualcosa a casa, ed in questo il segno è positivo. Inoltre la diffusione delle pratiche, l’occupazione, il blocco, il salire sui tetti, rappresenta di per sé una costruzione di comune tra segmenti diversi della moltitudine, ed è questo un altro segno positivo.<br />
Davanti a questo quadro non lo so se dobbiamo ripetere la solita prosopopea di aggettivi per descrivere l’autunno, ma senza dubbio c’è qualcosa di interessante che si muove.<br />
Il <em>patchworking,</em> ovvero il mettere insieme i pezzi, è una delle priorità dei movimenti oggi. Rispetto a questo duro e complesso lavoro sociale e politico, ognuno fa anche i conti con la propria inadeguatezza.  Viene semplice per l’Onda, fortunatamente, provare a costruire un terreno di lotta comune con i precari della scuola, seppur tenendo conto delle <em>“temperature”</em> diverse che ci sono in questo preciso periodo, ma la sfida è costruire comune in maniera molto più ampia. Se è vero come detto che esiste una crisi complessiva della forma sindacato che investe tutti, dai confederali a quelli di base, ovviamente caratterizzati da una prefigurazione di via d’uscita diversa dai primi, è pur vero che il resto delle strutture di movimento, a cominciare dai presidi territoriali rappresentati dai centri sociali, devono fare i conti con la loro composizione e con la loro capacità di stare dentro i termini del conflitto di cui stiamo parlando e dei suoi nodi centrali. Nonostante ciò, proprio perché l’Onda ed i movimenti in difesa dei beni comuni hanno prodotto tanto, sia in termini di soggettività sia in termini di trasformazione dei territori politici, oggi più che mai è necessario consolidare queste posizioni per provare ad avere un ruolo proprio in quel percorso di ricomposizione descritto prima.<br />
E lo stesso vale per i centri sociali attraversati più che mai da questi movimenti.<br />
Fermo restando che la fluidità della moltitudine ci consente di conoscere la lotta alla precarietà, la lotta per i beni comuni, per la formazione e per la casa spesso nello stesso luogo politico e nello stesso territorio.</div>
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		<title>Mare Magnum</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Sep 2009 22:39:09 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Pubblicato su Global Project il 04.08.2009</p>
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<p><strong>Il disastro sanitario del mare campano. Prima parte dell’inchiesta “Mare nostro” </strong></p>
<h1>Mare magnum</h1>
<div>di <a title="Antonio Musella" href="http://www.globalproject.info/it/tags/antonio-musella*/author">Antonio Musella</a></div>
<div>4 / 8 / 2009</div>
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<p>Vico Canale si trova in cima ad uno dei vicoli che percorrono intersecandosi i Quartieri Spagnoli al centro di Napoli. Proprio li’ Carmine Furgiero, disoccupato con figli, ha piazzato una piscina fai da te. Costo 150 euro, comprata in Piazza Mercato, ad usufruirne i bambini del vicolo, tra cui i figli di una famiglia di migranti anche loro impossibilitati a permettersi una vacanza al mare. Ma non solo quello. Dietro la soluzione da nuovo welfere dal basso che i cittadini dei Quartieri Spagnoli e di Forcella promuovono, facendo la guerra con i vigili del generale Sementa pronti a “smontare” le piscine popolari autogestite, c’e’ il vero dramma che la Campania sta vivendo in questa estate del 2009: l’inquinamento del mare da coliformi fecali.<br />
In pratica …merda ! Per intenderci.<br />
La Campania ha 166 Km di spiagge ed 81 Km di costa non balenabile, questi i dati reali di uno scempio che va avanti da anni, ma che sembra aver raggiunto una nuova fase proprio in quest’anno.<br />
L’inquinamento del mare è sostanzialmente dovuto al cattivo funzionamento dei depuratori delle acque: a questi impianti industriali sta il compito di filtrare e ripulire le acque delle fogne della Campania che prima di 30 anni fa scaricavano direttamente in mare. Qualcuno ricordera’ il colera del 1973…ebbene da allora si mise in moto la macchina dei depuratori che ancora oggi ci consegna uno scenario di inefficienza e pericolosita’.<br />
Oggi assistiamo ad una nuova declinazione del governo dell’emergenza nella nostra regione che passa ancora una volta su un piano speculativo che vede la devastazione ambientale come paradigma imprescindibile, tanto da passare gia’ in anni passati per un ennesimo commissariamento, il commissario straordinario alle acque.<br />
Ma andiamo con ordine.<br />
I 5 depuratori della Campania sono quelli di Acerra, Cuma, Napoli Nord, Villa Literno e Marcianise, impianti costruiti circa una trentina di anni fa e che devono ripulire la foce di alcuni fiumi come il Sarno e dei Regi Lagni, antichi bacini idrici di età borbonica pensati come funzionali all’esigenza idrica dell’agricoltura della zona di Acerra e Villa Literno, prima che questi luoghi della Campania Felix, dove vi erano tre raccolti all’anno si trasformassero in una immensa discarica di veleni.<br />
La parte di costa a Nord di Napoli è quella che si estende da Capo Miseno fino al litorale domitio con i comuni di Varcaturo, Licola, Mondragone e Castelvolturno ad essere quelli storicamente interessati da un turismo che negli anni ’80 era di vocazione addirittura internazionale. Poi, col passare del tempo, l’acqua da azzurra comincio’ a diventare verde, poi marrone, fino a raggiungere un colore indefinito negli ultimi anni. E con l’abbassamento di tonalita’ del colore delle acque cambiava anche la balneabilità. Cambiavano sopratutto gli utenti del mare, divenuti sempre di piu’ i ceti popolari deboli che non potevano permettersi una vacanza. Ma accanto al mutamento dei fattori naturali e sociali che intorno alle coste della Campania tra Napoli e Caserta si dava, i termini della speculazione economica risultavano via via piu’ chiari. Da un lato il pessimo funzionamento di depuratori che non hanno mai funzionato a pieno regime, non hanno mai dato risultati concreti in termini di pulizia delle acque e non hanno mai rispettato gli standard di sicurezza ambientale e sanitaria; dall’altro, ovviamente, milioni di euro che volavano dagli enti pubblici per ammodernamenti mai realizzati e acquisto di pezzi di ricambio mai effettuati. La costa intanto, un patrimonio di tutti, in cui tutti avrebbero dovuto poter esercitare il diritto al mare gratis e per tutti, diventava sempre di piu’ una enorme lottizzazione. La spiaggia libera scompariva del tutto. Oggi dalla citta’ di Napoli, dalla zona di Posillipo fino alla provincia di Caserta non c’e’ piu’ spiaggia libera. Nemmeno a Bagnoli, che dopo decenni di Italsider e metalli pesanti sulla sabbia qualcuno vorrebbe balenabile, nemmeno li’ c’e’ piu’ spiaggia libera. Anche li’ dove l’acqua e’ marrone, a Mondragone, Licola e Varcaturo, nemmeno li’ in quel pantano la discesa al mare e’ gratis.<br />
Lidi con tanto di piscine, piscine sulla spiaggia, alternative al mare, parcheggi, ombrelloni, punti ristoro, ed anche la selezione all’ingresso. Per due persone una giornata di mare puo’ anche costare oltre i 30 euro. Si arriva, come nel caso di Capo Miseno sul litorale flegreo, a richiedere il ticket per l’ingresso nel paese. 5 euro se volete entrare a Capo Miseno, poi il traffico, pagare il parcheggio, pagare la discesa a mare, pagare il pranzo&#8230;.pagare..pagare…pagare.. Un businnes di enormi proporzioni quasi tutto nelle mani dei clan di camorra che possiedono gli stabilimenti balneari. E laddove non c’e’ la camorra c’e’ la speculazione di grandi potentati imprenditoriali spesso e volentieri vicino al centro sinistra del governatore Bassolino.<br />
Davanti a questo scenario, Carmine Furgiero dai Quartieri e la signora Criscuolo da Forcella sono dei veri e propri esempi di riappropriazione diretta, contro devastazione ambientale ed affarismo, un esempio vero di welfere dal basso osteggiato da un’amministrazione comunale che continua a parlare di spiagge balenabili.<br />
A questo quadro si speculazione sul litorale, e di cattivo funzionamento dei depuratori si unisce il vero disastro ambientale che l’estate 2009 ha portato con se.<br />
Siamo a metà del mese di Giugno, la Hidrogest, azienda che gestisce il depuratore di Cuma, non paga gli stipendi ai suoi operai da mesi. La pressione e’ forte e nessuna forma di protesta sembra ottenere risultati. Non sanno piu’ cosa fare i 400 lavoratori Hidrogest, e ben pensano di aprire le caditoie dei filtraggi delle acque in prossimita’ delle vasche di depurazione e scaricare direttamente in mare…<br />
Per tre giorni le fogne della provincia di Napoli e Caserta finiscono direttamente nel mare ! Un disastro senza precedenti. I lavoratori dopo tre giorni incassano gli stipendi grazie ad uno stanziamento straordinario della Regione Campania. Nel mare, nella costa che va dalla provincia di Caserta a quella di Salerno compare una immensa chiazza di colore scuro…coliformi fecali in aumento lungo tutta la costa, compaiono dei vermi sulle spiagge, nessuno, nemmeno il piu’ temerario, osa fare il bagno.<br />
Scatta il divieto di balneazione non solo laddove vigeva da tempo, come sul litorale domizio, ma anche nei migliori luoghi di balneazione intorno alla citta’ di Napoli : Monte di Procida, Miseno, Bacoli, fino anche a Positano in provincia di Salerno sulla costiera amalfitana scatta il divieto di balneazione.<br />
Il primo contraccolpo non è per nulla psicologico ma assolutamente concreto. Boom delle piscine private a costi alti, lidi deserti, quegli stessi lidi dove un ombrellone ed una sdraio fino a pochi giorni prima raggiungeva i 10 euro di costo, ora viene offerta a 3 euro …<br />
Per alcuni comuni e’ una catastrofe, sono quei comuni che notoriamente mantengono la balneabilita’ e vengono riconosciuti come zone dal mare pulito: e’ il caso di Monte di Procida dove il sindaco Francesco Paolo Iannuzzi invoca da subito la bonifica delle acque e dell’intero litorale.<br />
Alla Hidrogest, in perfetto stile da governo dell’emergenza, vengono garantite le spettanze ed affidati nuovi fondi per ammodernare gli impianti, e per farne funzionare di altri.<br />
Un film gia’ visto nell’era della shock economy…<br />
Intanto il presidente dell’Arpac, l’agenzia regionale per l’ambiente Campania viene silurato ! Non c’erano riusciti gli scandali sui rifiuti e le palesi complicita’ dell’agenzia campana per l’ambiente con i grandi potentati a far cadere la presidenza. Arriva il Prof. Gennaro Volpicelli, ma niente paura non è un’ambientalista convinto, viene dalla presidenza della commissione di collaudo dell’inceneritore di Acerra, quello che al momento va avanti bruciando gasolio.<br />
L’assessore regionale all’ambiente, il presunto ambientalista ed ex presidente di Legambiente Walter Ganapini, a chi gli domanda dei vermi sulle spiagge risponde che …. “sono esche…non lanciamo falsi allarmismi”…<br />
E gia’, perche’ l’affare e’ fatto ma l’allarme e’ di quelli da cerchio rosso. Le strutture di balneazione, quelle in mano alla camorra ed agli amici di chi governa, sono al collasso, bisogna tranquillizzare, dire che il bagno si puo’ fare, che l’acqua adesso e’ pulita….in fondo sono state scaricate in mare le fogne di Napoli e Caserta per tre giorni, cosa si vuole che sia ?!!?!<br />
A Miseno, il comune dove si pagava 5 euro per entrare, c’e’ la rivolta degli stabilimenti, la “rivolta dei lidi”, vogliono innanzitutto aiuti dalla regione per il danno ricevuto, poi garanzie sulla stagione in corso, e se proprio avanza magari la bonifica del litorale…<br />
Risultato , scompare il ticket di 5 euro e si avvia lo studio di misure per rimborsare gli imprenditori del danno avuto.<br />
Chi ha fatto il bagno? Chi continua ad andarci fidandosi delle assurde rassicurazioni di Arpac e Regione Campania ?<br />
Ma questa storia ha fatto venire fuori anche il vero funzionamento dei depuratori, che ci raccontano di anni ed anni di sversamento in mare. Magari tre giorni !!!<br />
Il depuratore di Cuma funziona pressappoco in questo modo : le fogne hanno un primo filtraggio, questo e’ molto importante perche’ serve a trattenere i rifiuti di grandi dimensioni gettati nei water, come assorbenti, pannolini ed altro; dopodiche’ ci sono circa 20 vasche di decantazione delle acque, ad ognuna di essa corrisponde un trattamento. A Cuma di vasche ne funzionano una decina piu’ o meno, le altre o sono rotte con pezzi di ricambio mai acquistati oppure non sono mai entrate in funzione. Le acque decantano e lasciano sul fondo delle vasche dei fanghi, che come tali dovrebbero essere trattati e smaltiti in siti per rifiuti speciali. In Campania si e’ sprovvisti di questi siti e si mandano a Catania. Per la mole accumulata circa una ventina di camion di fanghi dovrebbe partire ogni giorno verso la Sicilia, ma i bene informati ci raccontano che solo sette o otto camion di fanghi al giorno vengono visti partire per la Sicilia.<br />
In piu’, per stessa ammissione dei vertici della Hidrogest, “qualche volta” si aprono le caditoie per scaricare a mare, visto che l’impianto e’ troppo sotto pressione e si formano dei tappi.<br />
“Qualche volta”….<br />
La zona di Cuma ha diversi porticcioli dove si ancorano delle barche, piccole imbarcazioni che appassionati del mare tengono tutto l’anno per andare in giro in escursioni. A loro chiediamo quel “qualche volta..” cosa significa. Ci raccontano di una grande mareggiata del novembre del 2008, durata alcuni giorni alla fine della quale un gruppo di amici decise di farsi un giro intorno a Bacoli per vedere gli eventuali danni lasciati dal mare. Un’immensa distesa di assorbenti e pannolini dominava lo specchio d’acqua tra Miseno e Bacoli. L’abitudine di aprire le caditoie quando ci sono delle mareggiate sembra essere la prima abitudine della Hidrogest al depuratore di Cuma. Ma in generale chi lavora in quelle zone ci racconta di come tutte le notti venga scaricato in mare una parte dei liquami del depuratore, che d’altronde non depura perche’ non funziona del tutto, e quindi bisognerebbe parlare di cattivo funzionamento complessivo e non di “qualche volta” oppure di pezzi che si rompono. Ma come giustificare poi la spesa di milioni di euro alla stessa ditta che inquina invece di depurare il mare della Campania ?<br />
Intanto davanti al disastro si mettono tutti “ a squadra” per parare i colpi. Sui giornali e sulle Tv non appare nemmeno un’immagine, nemmeno una foto dell’inquinamento delle acque. Dei famosi vermi, che ormai migliaia e migliaia di cittadini hanno visto, non se ne parla proprio. Resta per buona la versione dell’assessore Ganapini… “esche” !<br />
La Hidrogest si appresta ad essere addirittura la ditta a cui affidare la gestione di tutti e 5 depuratori della Campania.<br />
L’azienda bergamasca è subentrata nella gestione dei depuratori alla ditta Pianese, sulla carta sono subentrati dal 2005 ma di fatto solo dal 2007, perche’ solo allora ci fu lo sblocco delle procedure. La stessa ditta Pianese e’ stata condannata per l’inquinamento che c’e’ stato per tutto il periodo della propria gestione. La sentenza, depositata poco dopo il blocco dell’impianto a giugno 2009, vede la condanna di un anno e sei mesi per il legale rappresentate della ditta Pianese (con pena sospesa), ed il dissequestro di 250mila euro a titolo di cauzione a favore della Regione e il risarcimento dei danni (da stabilire e quantificare in sede di procedimento civile) in favore delle parti civili.<br />
La ditta, iscritta al registro delle imprese di Bergamo, e controllata da Tecnomeccanica di La Spezia, dice di essere scioccata da quanto accaduto. A parlare e’ Gaetano De Bari direttore generale della Hidrogest che racconta di contratti non mantenuti, di spettanze mai arrivate dai comuni, e parla di impianto che non funziona, che funziona male. Lo ammette tranquillamente De Bari, continuando a dire che loro presentano progetti e restano inattuati, che hanno commesse ovunque, anche una da 200 milioni di euro dalla Libia e che non ci tengono a restare in Campania se non hanno i soldi. Poi contrattacca parlando di Comuni che scaricano direttamente a mare, come il Comune di Pozzuoli.<br />
A questa azienda del Nord non solo è affidata la gestione dei depuratori ma anche la gestione dei connettori, che sono quelle reti che dai singoli comuni portano ai depuratori. Il fatto che ci siano comuni che smaltiscono direttamente in mare sta a significare solo un’ evidente complicita’ che c’e’ tra questi, che tirano fuori i soldi per la Hidrogest e la azienda stessa che smaltisce male e caso mai agevola una situazione come quella descritta.<br />
Il signor Furgiero scioglie la pasticchetta di cloro nella piscina sui Quartieri Spagnoli, i bambini devono aspettare che si scioglie e poi possono fare il tuffo. Nel pomeriggio è piu’ difficile che passano i vigili , si puo’ stare piu’ tranquilli ed i bambini possono giocare e far finta di avere il mare…</p>
<p><em>*Laboratorio Occupato Insurgencia</em></div>
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		<title>Non ci avrete mai come volete voi..!</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Sep 2009 22:35:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>musella81</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Pubblicato su Global Project il 19.07.2009 Cronaca di una notte di ribellione e felicità Non ci avrete mai&#8230; come volete voi&#8230; di Antonio Musella 19 / 7 / 2009 Una serata di gioia, di ripresa della citta&#8217;. Un&#8217;espolsione di felicita&#8217;, per avere nuovamente i compagni e le compagne fuori dalle carceri, ma anche di rabbia. [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=antoniomusella.wordpress.com&amp;blog=9315603&amp;post=32&amp;subd=antoniomusella&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="column-2" style="width:228px;">
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<h3>Pubblicato su Global Project il 19.07.2009</h3>
<p><strong>Cronaca di una notte di ribellione e felicità</strong></p>
<h1>Non ci avrete mai&#8230; come volete voi&#8230;</h1>
<h2>di Antonio Musella</h2>
<div>19 / 7 / 2009</div>
<div>
<p>Una serata di gioia, di ripresa della citta&#8217;. Un&#8217;espolsione di felicita&#8217;, per avere nuovamente i compagni e le compagne fuori dalle carceri, ma anche di rabbia.<br />
La rabbia contro il &#8220;teorema Caselli&#8221; che a differenza di quello del pm cosentino Fiordalisi, viene da quella magistratura cosiddetta democratica che prova a fare da calmiere dei conflitti, dando patenti di buoni e cattivi a chi si preoccupa di organizzare il conflitto in questo paese.<br />
Oltre 5.000 persone hanno riempito Piazza del Gesu&#8217; ieri sera a Napoli. Un evento, &#8220;A Torino c&#8217;ero anche io !&#8221;, costruito in pochi giorni grazie alla collaborazione tra artisti di movimento , attivisti in difesa dei beni comuni, studenti dell&#8217;Onda, ed il Laboratorio Occupato Insurgencia che da piu&#8217; di un anno e&#8217; sotto costante attacco della magistratura. Dalle inchieste sulle lotte contro la discarica di Chiaiano, ai processi per antifascismo, all&#8217;inchiesta Rewind che ha coinvolto tanti nostri compagn* in giro per l&#8217;Italia.<br />
Quella di Piazza del Gesu&#8217; non era una manifestazione e non era un concerto, ma l&#8217;unione di diverse esperienza che si sono trovate insieme per affermare il diritto al dissenso in questo paese, per difendere la democrazia e l&#8217;agibilita&#8217; politica dei movimenti. Al tempo stesso e&#8217; stata l&#8217;affermazione di un modello culturale che si riprende una citta&#8217;, le sue strade e le sue piazze, e lo fa tirando fuori dalle galere chi si mobilita contro la crisi, difendendo pratiche e motivazioni, senza possibilita&#8217; di abiura o di dissociazione come il pm Sparagna avrebbe voluto.<br />
Sparagna&#8230;..in dialetto napoletano il termine &#8220;sparagnare&#8221; significa &#8220;risparmiare&#8221;&#8230;.Te la potevi &#8220;sparagnare&#8221; caro Pm, di tenere in cella 21 studenti per 11 giorni, blaterando di p38 e organizzazioni militari. Quello che siamo lo hanno raccontato le piazze piene di queste settimane, le occupazioni degli atenei, la mobilitazione dei cittadini di Chiaiano giunti fino a Teramo sotto il carcere in solidarieta&#8217; con tutti i detenuti, e lo abbiamo visto a Padova, a Bologna, alla Sapienza, a Torino. Alla luce del sole.<br />
Senza dubbio scateniamo tempeste&#8230;ma preferiamo il sole&#8230;<br />
Ma la serata di ieri e&#8217; stata ancora piu&#8217; importante perche&#8217; nei suoi mille significati ha segnato anche il ritorno sulle scene dei 99 Posse. A sette anni dalla loro ultima apparizione, i 99 risalgono insieme su un palco riprendendo il filo che li lega al movimento. Non e&#8217; un caso che la loro &#8220;reunion&#8221; attesa da militanti ed appassionati da tanto tempo sia stata anticipata di due mesi rispetto alla data ufficiale (11 settembre 2009). Lo hanno voluto con forza i 99 Posse e tutti i compagn* che lavorano insieme a loro, essere in piazza come 99 Posse per difendere l&#8217;Onda, per difendere i movimenti, per chiedere la liberazione dei 21 arrestati e tra loro di alcuni fratelli come Egidio e Max.<br />
Vedere Piazza del Gesu&#8217; cosi&#8217; piena, cosi&#8217; viva, e cosi&#8217; ribelle, e&#8217; stata un&#8217;emozione che ci portiamo dietro, che ci fortifica, che ci da il senso di cio&#8217; che siamo, e ci da la forza per affrontare le sfide che abbiamo davanti, ovvero quello di riuscire ad incidere davvero nei processi reali al tempo della crisi, di riprendere il lavoro sui territori a cominciare dallo sviluppo di processi di autorganizzazione sociale sui bisogni primari come la casa ed il reddito, di continuare a batterci contro i tagli della 133, di rilanciare in avanti la lotta in difesa dei beni comuni. Ma anche, e forse nella nostra citta&#8217; soprattutto, di affermare un modello culturale che oggi e&#8217; sotto attacco. Lo e&#8217; grazie alle politiche securitarie, grazie alle reminiscenze fasciste ed alla nuova agibilita&#8217; che groppuscoli neofascisti hanno in tutto il paese, lo e&#8217; perche&#8217; razzismo e sessismo sono fenomeni che stanno diventando socialmente tollerati.<br />
Il 18 Luglio c&#8217;e&#8217; lo ricorderemo in tanti&#8230;.come dimostrazione di cio&#8217; che possiamo essere, e ce lo ricorderemo in tanti perche&#8217; i nostri compagn* sono usciti dalle galere, dando un colpo al &#8220;teorema Caselli&#8221;.<br />
Grazie a tutti quelli che l&#8217;hanno reso possibile, alle telefonate di Max, Gianluca, Egidio che sono state trasmesse dal palco, a tutti gli artisti che ci sono voluti essere a tutti i costi, grazie ai nostr* compagn* che hanno lavorato intensamente per mettere su in pochi giorni questo evento, grazie infine a tutti quelli che ci sono venuti, che hanno alzato i pugni per la liberta&#8217; degli arrestati, che hanno urlato che &#8230;non ci avrete mai come volete voi&#8230;.</p></div>
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		<title>Good Bye G8 !</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Sep 2009 22:32:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>musella81</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Pubblicato su Global Project il 13.07.2009 Una valutazione sulla manifestazione del 10 luglio a L&#8217;Aquila Goodbye G8! di Antonio Musella 13 / 7 / 2009 La parte finale della manifestazione del 10 Luglio vedeva una ripidissima salita su cui il corteo convocato dai Cobas si e’ inerpicato. Una salita ripida, sotto un sole cocente. Tre [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=antoniomusella.wordpress.com&amp;blog=9315603&amp;post=30&amp;subd=antoniomusella&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Pubblicato su Global Project il 13.07.2009</p>
<div id="column-2" style="width:228px;"></div>
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<div><a title="Goodbye G8" href="http://www.globalproject.info/public/resources/images/max/5285_6394_good-bye-leninLenin_fliegt.jpg"> <img src="http://www.globalproject.info/public/resources/images/small/5285_6394_good-bye-leninLenin_fliegt.jpg" alt="Goodbye G8" /></a></div>
</div>
</div>
<p><strong>Una valutazione sulla manifestazione del 10 luglio a L&#8217;Aquila</strong></p>
<h1>Goodbye G8!</h1>
<h2>di Antonio Musella</h2>
<div>13 / 7 / 2009</div>
<div>
<p>La parte finale della manifestazione del 10 Luglio vedeva una ripidissima salita su cui il corteo convocato dai Cobas si e’ inerpicato. Una salita ripida, sotto un sole cocente. Tre tornanti, bastava voltarsi dietro per vedere sia la testa, sia la coda di quel corteo. In quel momento, con la faccia rossa dal calore, sembrava sentire nell’aria le note di Yann Tiersen, il brano “Summer 78”, ovvero la colonna sonora di “Good Bye Lenin”.</p>
<p>Good bye G8 !</p>
<p>Le note melanconiche del musicista francese sarebbero le piu’ opportune per descrivere la manifestazione del 10 Luglio a L’Aquila. Soprattutto se la si paragona alle mobilitazioni dei giorni precedenti. Qualche migliaio di persone ad intonare slogan d’altri tempi, che già otto anni fa a Genova suonavano antichi. Bandiere rosse a simboleggiare la miriade di partiti comunisti o presunti tali che orgogliosi volteggiavano i loro vessilli nell’incomunicabilita’ assoluta. Sullo sfondo la gente delle tendopoli di Bazzano e Collemaggio che guardavano passare il corteo con un atteggiamento di incredulita’ piu’ che di curiosita’. Uno spettacolo andato in scena esattamente come la passerella mediatica di Berlusconi e del G8.</p>
<p>C’e’ il G8 deve esserci per forza il contro G8 ! Lo chiedono i media abituati a schemi superati, lo chiede il “gotha” di una presunta rappresentanza dei movimenti di questo paese, gelosissima del suo presunto ruolo di “custodi” dell’antagonismo. Nessuno ha chiesto agli aquilani se quello spettacolo lo volevano. Nessuno lo ha chiesto alle lotte sociali reali nel paese.</p>
<p>Gia’ perche’ la valutazione sulla manifestazione del 10 luglio non è tanto intorno all’interrogativo “a chi giova?”, ma piuttosto dovrebbe essere una riflessione sulla composizione e sulla qualita’ della partecipazione.</p>
<p>E’ indubbio che dal punto di vista dei numeri la manifestazione dei Cobas è stata un flop, questo non per una critica a priori, ma per un paragone oggettivo con le mobilitazioni delle ultime settimane da Vicenza alle giornate di Roma, dai cortei contro gli arresti dell’inchiesta “rewind” alla fiaccolata della notte del 5 luglio, con 5.000 aquilani e le comunita’ resistenti di Chiaiano e Vicenza che sfilavano per ricordare le 307 vittime. I numeri, qualche volta, contano e non poco.</p>
<p>Quel corteo, che qualcuno giudica positivo, era composto solo ed esclusivamente da militanti politici, di organizzazioni piccole, spesso piccolissime come la miriade di partiti comunisti appunto. Nessuno spezzone superava le cento unita’, solo quello di Rifondazione Comunista, che in ogni caso vanta un radicamento territoriale in Abruzzo anche grazie all’esperienza delle Brigate della Solidarietà, era più corposo. I tentativi di analisi e di riflessione sul modo di stare in movimento nell’ultimo anno, hanno posto l’accento sulla capacita’ di generare a partire dai territori processi di autorganizzazione sociale che si sviluppassero in autonomia ed indipendenza intorno ai nodi delle condizioni materiali di vita ed intorno al tema della decisione. In questa riflessione c’e’ la chiave di lettura che ci permette di decifrare l’Onda, le lotte in difesa dei beni comuni, ma anche quelle battaglie legate al mondo del lavoro che spesso si agiscono in solitudine e lontano dai grandi palcoscenici mediatici. Se ne potrebbero citare decine, dagli operai della Ixfim in Campania a quelli della Fiat di Termini Imerse spesso dimenticati dal loro stesso sindacato.</p>
<p>Protagonismo sociale reale, fine dell’era della rappresentanza anche per i movimenti, ed articolazione del conflitto a partire dai territori. Questa, ovviamente, non è una ricetta, ma una forma di sperimentazione, una opzione di articolazione dei movimenti al tempo della crisi, ovvero in un tempo in cui gli inni rivoluzionari non li ascolta piu’ nessuno, troppo impegnati a “svoltare” la propria singola condizione materiale. Davanti a questo la rappresentazione iconoclasta della manifestazione del 10 Luglio altro non è che la riproposizione di un qualcosa che è gia’ morto.</p>
<p>Le facce sorridenti dei leader dei sindacati di base in testa al corteo sono il frutto di come nel movimento nel nostro paese viaggiamo a velocità diverse, e parliamo, ormai e’ palese, dei linguaggi assolutamente diversi e talvolta divergenti.</p>
<p>In che modo un corteo che non ha visto la partecipazione degli aquilani, che ha visto l’ostilità dei comitati dei terremotati che al tempo stesso hanno intrecciato il loro percorso con altri movimenti e comunita’ resistenti, un corteo che è stato povero nei numeri e nella composizione, puo’ essere giudicato positivo ? Francamente non me lo spiego. Nè tantomeno le organizzazioni promotrici possono dire di aver sviluppato un livello di partecipazione soggettiva cosi’ importante. In tutta onestà non mi pare di aver visto migliaia di insegnanti al corteo, né tantomeno migliaia di lavoratori del pubblico impiego. Se fossi in loro me ne preoccuperei, o quanto meno mi occuperei di come fare sindacato, di come incidere nella crisi attraverso la prassi sindacale piuttosto che atteggiarmi a ceto politico di movimento, come un soviet che si muove liddove’ c’e’ un palcoscenico da solcare.</p>
<p>Un soviet senza nemmeno gli operai ed i contadini al seguito…</p>
<p>Forse si esagera…forse si è troppo impietosi nella critica, forse la considerazione piu’ complessiva sul sindacato di base in questo paese non merita di essere inserita nel campo delle valutazioni sulla mobilitazione del 10 luglio.</p>
<p>Sarà, ma senza dubbio le dichiarazioni del portavoce dei Cobas alla stampa prima della manifestazione del 10 la dicono lunga sulla estraneità di quel percorso dalle dinamiche reali che si sviluppano a L’Aquila ed in Abruzzo. Piero Bernocchi parla di “miserabili” di “succubi del Pd”. In questi giorni abbiamo visto decine di ragazzi provenienti da esperienze diversissime cimentarsi con la gravosa sfida di provare a rompere lo stato di shock in cui versano i terremotati aquilani. Li abbiamo visti darsi da fare, provando, come nel caso della contestazione ad Obama, a portare i terremotati ai blitz ed alle azioni contro il G8. Lo abbiamo visto nelle occupazioni di case sfitte, lo abbiamo visto nel campo della rete 3e32 diventato per qualche giorno crogiulo complicato di esperienze diverse che si sono conosciute ed attraversate. A quei ragazzi, a quegli attivisti va tutta la nostra stima ed il nostro apprezzamento, e gli diciamo grazie per aver appreso davvero cosa significa oggi provare a costruire conflitto in Abruzzo sicuri che nel futuro prossimo proveremo ad intrecciare i nostri percorsi di lotta territoriale dai beni comuni all’Onda, dalla lotta per la casa a quella per il reddito, con il percorso che si sta dando a L’Aquila per la ricostruzione dal basso e per invertire la piramide decisionale sulle vite di migliaia di persone.</p>
<p>Altri invece li abbiamo visti affannarsi su questioni come ad esempio autobus che non si riempivano, giornali che non riportavano dichiarazioni, televisioni che non passavano interviste.</p>
<p>Viene da chiedersi chi sono i miserabili.</p>
<p>Ma forse non lo è nessuno. Forse dobbiamo prendere atto che chi parla lingue diverse vivrà in mondi diversi, e svilupperà percorsi che si commisurano con la visione del sè rispetto alla dimensione globale della crisi che saranno diversi.</p>
<p>Per parte nostra siamo coscienti che oggi una stagione è chiusa e da un punto di vista simbolico questo G8 chiude definitivamente quella fase cominciata nel 1999. Non solo, ma la genesi e parte dello sviluppo di una nuova fase l’abbiamo già vista, è l’Onda sono le lotte in difesa dei beni comuni, sono le lotte autonome ed indipendenti che si sviluppano nel paese intorno ai nodi della crisi. Sono irrappresentabili, non cercano bandiere rosse comuniste e rivoluzionarie, sono “interclassiste” per lo sdegno degli stalinisti, e sono vive, gioiose e decidono autonomamente le forme di lotta da intraprendere. Non hanno bisogno di “nazionali” che gli dicono cosa fare, non aspirano al parlamento e soprattutto sanno da soli quando osare e come.</p>
<p>Noi la vediamo cosi’. E non abbiamo visto nulla di simile nella manifestazione del 10 luglio scorso, anzi fa specie che le pocchissime esperienze di lotta reali che il 10 erano presenti in piazza danno un giudizio positivo sulla composizione di quella manifestazione.</p>
<p>Altri sono contentissimi della gloriosa marcia contro il G8.</p>
<p>Yann Tiersen suggerirebbe il “Valse d’Amelie” per scorrere in sequenza i volti dei tanti delusi che popolavano quel corteo, quelli che non sapevano nemmeno che si dice “L’Aquila libera” e non “Aquila libera”, quelli che il terremoto, esattamente come prima, continuano a vederlo in televisione.</p></div>
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		<title>Yes we hate</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Sep 2009 22:29:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>musella81</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Pubblicato su Global Project il 08.07.2009 Yes we hate di Antonio Musella 8 / 7 / 2009 A volte ci accorgiamo che anche il silenzio ha un suono, un rumore, un segnale sonoro che modifica lo stato di assenza di vita. E&#8217; il rumore dei generatori delle fotocellule elettriche che illuminano a giorno Piazza Duomo [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=antoniomusella.wordpress.com&amp;blog=9315603&amp;post=29&amp;subd=antoniomusella&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Pubblicato su Global Project il 08.07.2009</p>
<div>
<div>
<div><a title="terremoto" href="http://www.globalproject.info/public/resources/images/max/images_15.jpg"> <img src="http://www.globalproject.info/public/resources/images/small/images_15.jpg" alt="terremoto" /></a></div>
</div>
</div>
<p><strong> </strong></p>
<h1>Yes we hate</h1>
<div>di <a title="Antonio Musella" href="http://www.globalproject.info/it/tags/antonio-musella/author">Antonio Musella</a></div>
<div>8 / 7 / 2009</div>
<div>
<p>A volte ci accorgiamo che anche il silenzio ha un suono, un rumore, un segnale sonoro che modifica lo stato di assenza di vita. E&#8217; il rumore dei generatori delle fotocellule elettriche che illuminano a giorno Piazza Duomo a L&#8217;Aquila.</p>
<p>Dopo tre mesi dal sisma che ha distrutto la citta&#8217; e portato via 307 vite, quella luce si staglia sui palazzi come un raggio nell&#8217;oscurita&#8217; totale, in una citta&#8217; deserta dove il senso di vuoto angoscia e prende diritto allo stomaco. E&#8217; l&#8217;elaborazione del lutto che la comunita&#8217; aquilana non ha potuto consumare in questi 3 mesi. I funerali di stato serviti come passerella per Berlusconi e Bertolaso non sono stati un vero momento di comunita&#8217;, ma appunto una fiction macabra per fotografi e giornalisti. Dopo tre mesi grazie alla fiaccolata nella notte tra il 5 e 6 luglio gli aquilani sono ritornati nelle strade del centro della citta&#8217; per il ricordo vero, quello della loro intera comunita&#8217;.</p>
<p>Questo senza dubbio Bertolaso non puo&#8217; toglierlo o impedirlo a nessuno.</p>
<p>Il &#8220;re&#8221; come ironicamente lo chiamano da queste parti, in questi giorni del vertice sembra essersi messo in secondo piano, alle spalle del premier Berlusconi, continuando nella sua tipica pantomima da signor Wolf, quello che risolve i problemi, con il pulloverino blu ed il sorriso rassicurante<br />
pronto.</p>
<p>Da queste parti hanno imparato ben presto a conoscerlo. Le ordinanze di blindatura dei campi portano la sua firma. Impossibile svolgere assemblee, impossibile dare volantini, impossibile trovare momenti di socialita&#8217; alternativa a quelli forniti dalla Protezione Civile. Fino anche la caffeina e&#8217; stata tolta ai terremotati. E&#8217; un&#8217;eccitante e potrebbero svegliarsi dallo shock&#8230;</p>
<p>Gia&#8217;, lo shock e&#8217; il dato che maggiormente colpisce a ormai tre mesi dal sisma. Le ricette da shock economy del governo da un lato, con i progetti di new town e gli sciacalli del mattone pronti a tuffarsi nell&#8217;eldorado della speculazione edilizia piu&#8217; grande degli ultimi venti anni.</p>
<p>Ma anche i processi di comando e controllo e le loro articolazioni fanno parte della ricetta complessiva. Uno stato di shock perenne, che immobilizza, che obnubila le menti e dissuade l&#8217;articolazione della rabbia. Gli aquilani ci convivono. Lo shock del terremoto, e quello dello sciame sismico infinito che continua a far tremare il suolo, lo shock del vedere cancellata la propria memoria, lo shock di trovarsi in delle tendopoli che somigliano molto di piu&#8217; a dei Cpt che a dei campi per accogliere cittadini che hanno perso tutto. Una condizione psico-fisica che risulta essere il migliore strumento di controllo per garantire l&#8217;immensa operazione speculativa che il verbo della shock economy lancia sul dramma dell&#8217;Abruzzo. Per mantenere il &#8220;governo dell&#8217;emergenza&#8221; questa volta l&#8217;eserizio del dominio ha costruito un vero e proprio modello amministrativo, politico e giuridico capace di sostituire l&#8217;ordinamento costituzionale, una sorta di governo parallelo a cui e&#8217; affidato pero&#8217; l&#8217;esercizio del monopolio della forza e la declinazione stessa di sovranita&#8217; attraverso le ordinanze speciali a firma di Bertolaso. In Abruzzo non si governa piu&#8217; con i livelli amministrativi classici ma con un altro modello quello dei Com ovvero dei comando locali, ordinati per zone, che coordinano il controllo dei campi, le modalita&#8217; di gestione, i divieti, ed il mantenimento stesso dello stato di shock.</p>
<p>A governare il processo, il livello centrale ovvero il Dico Mac, ovvero la direzione centrale di comando e controllo con a capo Guido Bertolaso, a questo organismo e&#8217; dato il potere centrale in materia di ordine pubblico, di controllo e di legiferazione straordinaria.</p>
<p>Le mobilitazioni del G8 a L&#8217;Aquila hanno rappresentato il momento in cui dall&#8217;elaborazione del lutto l&#8217;embrione di comunita&#8217; resistente prova ad articolare in termini politici la rivendicazione di ricostruzione dal basso, che significa partecipazione alla ricostruzione, che significa difesa delle radici di una comunita&#8217; e della propria terra.</p>
<p>Quell&#8217;esperienza capace di contestare Berlusconi in quella passerella che lui stesso si era costruito, con un ignobile operazione di speculazione sul dramma dell&#8217;Abruzzo, capace di riprendersi il centro storico della citta&#8217; vietata, di andare il 1.500 a Roma contro il decreto Abruzzo che non prevede la consultazione dei cittadini sulla ricostruzione, ha incontrato le altre comunita&#8217; in lotta, e lo ha fatto nel momento stesso in cui elaborava il proprio lutto, ricordava i propri morti. Dal Forum contro il G8 il messaggio chiaro e&#8217; quello della necessita&#8217; di supportare questa comunita&#8217; per permettergli di uscire dallo stato di shock permanente e cominciare ad articolare la rabbia.</p>
<p>Proprio l&#8217;elemento della rabbia, ai piu&#8217;, e&#8217; sembrato essere fino ad ora uno dei limiti di questa mobilitazione.Ma senza comprendere davvero il contesto in cui oggi l&#8217;Abruzzo e&#8217; rinchiuso, e&#8217; difficile comprendere perche&#8217; davanti all&#8217;impossibilita&#8217; di riappropriarsi della propria stessa vita le tendopoli non siano oggi un fuoco acceso della ribellione. Ogni comunita&#8217;, ogni movimento dal basso, raggiunge delle fasi di maturazione diverse a seconda dei contesti ed a seconda delle dinamiche di sottrazione dal controllo che si mettono in campo, e che vivono del sentire comune della comunita&#8217; stessa.</p>
<p>L&#8217;articolazione di quella rabbia, di quelle lacrime, di quella disperazione, che abbiamo visto in Piazza del Duomo a L&#8217;Aquila la notte tra il 5 e 6 luglio oggi muove i primi passi. Lo fa a partire dalla consapevolezza che il solo modo per sottrarsi al governo dell&#8217;emergenza, al controllo totale del Dico Mac, e&#8217; quello di esplicitare la loro indipendenza.La blindatura della citta&#8217;, da questo punto di vista senza dubbio ha agevolato questo processo. Fa davvero ridere vedere gruppetti di poliziotti in borghese delle questure di mezza Italia girare nelle strade deserte di L&#8217;Aquila a controllare chissa&#8217; chi o chissa&#8217; cosa, con intorno solo palazzi abbandonati e strade buie e vuote. In compenso, proprio in questi giorni si e&#8217; allentato il controllo in prossimita&#8217; dei campi, rendendo possibile un accesso piu&#8217; ampio agli stessi, nonostante il lavoro di terrorismo psicologico della Protezione Civile che ferma tutti coloro che escono dai campi per &#8220;avvisarli&#8221; del fatto che sebbene possano uscire e&#8217; sconsigliabile a causa dei probabilissimi scontri in occasione del G8 !?!?</p>
<p>Intorno all&#8217;articolazione della rabbia, in questi utlimi giorni, e rispetto ai recenti avvenimenti come gli arresti nell&#8217;ambito dell&#8217;inchiesta Rewind della Procura della Repubblica di Torino, e&#8217; un tema centrale nella riflessione in tutto il paese ed anche a L&#8217;Aquila. L&#8217;inchiesta infame di Torino, che ha portato all&#8217;arresto di 21 attivisti in tutta Italia, ci dice molto piu&#8217; in termini politici che in termini giuridici. Senza dubbio il solo appoggio tecnico che giustifica gli arresti e&#8217; quello del pericolo di reiterazione del reato in merito alle mobilitazioni contro il G8 de L&#8217;Aquila, una sorta di arresti preventivi, con tanto di caso da montare come ad esempio e&#8217; successo ad Egidio Giordano che e&#8217; stato arrestato proprio nel campo della rete 3e32 all&#8217;alba del 6 luglio dopo la grande fiaccolata della notte prima. Ma in termini politici gli editoriali del Corriere e le dichiarazioni del capo del Ucigos De Stefano ci dicono molto di piu&#8217;. I movimenti possono solo essere espressione di pura opinione, ma nel momento in cui aggrediscono il nodo della decisione nei processi reali, nel momento in cui affrontano il tema dell&#8217;articolazione della rabbia in termini politici, come meccanismo di sottrazione dal controllo ed esplicitazione di autonomia ed indipendenza, escono dal quadro della compatibilita&#8217; e quindi vanno messi in galera.</p>
<p>I movimenti degli ultimi anni c&#8217;hanno consegnato invece dei processi veri, dal basso, che aggrediscono in pieno il tema della decisione, e le cui caratteristiche principali sono proprio l&#8217;autonomia e l&#8217;indipendenza. Ed e&#8217; proprio il tema dell&#8217;articolazione della rabbia, che consiste nella esplicitazione delle pratiche ad essere messe sotto inchiesta. Potete anche abbaiare ma mai mordere. Nessuna abiura puo&#8217; mai essere possibile davanti all&#8217;uso sociale della forza, che abbiamo chiamato disobbedienza, e che trova oggi nuove, diverse e diffuse forme di espressione. Ed e&#8217; su questo tema che le discussioni a L&#8217;Aquila hanno generato una riflessione positiva. Da un lato la necessita&#8217; di comprendere il cambiamento della fase, che bisogna ovviamente forzare a partire dal prossimo autunno, in Abruzzo, dall&#8217;altro le esperienze di autodifesa e disobbedienza delle comunita&#8217; di Chiaiano e Vicenza che hanno deciso dal basso ed in maniera condivisa di sfidare con i propri corpi divieti e decreti.</p>
<p>Intorno a questo ragionamento il legame tra L&#8217;Aquila e l&#8217;inchiesta Rewind appare evidente, ovvero come ci si oppone alla crisi e come si inverte la piramide decisionale in questo paese ed in Europa. La presenza degli studenti tedeschi al Forum ci parla di come i movimenti, quelli reali, quelli dal basso che provano ad agire davvero la costruzione di comunita&#8217; resistente, si interrogano intorno a questo tema.Ma di certo una cosa e&#8217; chiara ed evidente, quei 21 attivisti arrestati hanno provato in concreto ad articolare la rabbia, la rabbia di un futuro che viene sottratto, la rabbia di non poter decidere sulle scelte che riguardano i propri destini, orgogliosi e felici di essersi messi in gioco.</p>
<p>La rabbia, alla fine del Forum, con le notizie di nuovi arresti che giungono da Roma e dalle mobilitazioni nella capitale, sale ancora di piu&#8217;, un segnale ulteriore che serve a comprendere i giorni che viviamo e le scelte che abbiamo davanti.</p></div>
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		<title>Napoli Under attack</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Sep 2009 22:25:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>musella81</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Pubblicato su Global Project il 02.07.2009 Dalla morte di Petru alle aggressioni a piazza Bellini, dagli agguati fascisti alla devastazione del Parco San Gennaro. Napoli under attack ! di Antonio Musella 2 / 7 / 2009 E’ la barbarie….. E’ difficile provare a raccontare cosa sta accadendo a Napoli negli ultimi mesi. Senza dubbio non [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=antoniomusella.wordpress.com&amp;blog=9315603&amp;post=26&amp;subd=antoniomusella&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Pubblicato su Global Project il 02.07.2009</p>
<div id="column-2" style="width:228px;">
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<div><a title="Napoli sotto attacco" href="http://www.globalproject.info/public/resources/images/max/coltello.jpg"> <img src="http://www.globalproject.info/public/resources/images/small/coltello.jpg" alt="Napoli sotto attacco" /></a></div>
</div>
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<p><strong>Dalla morte di Petru alle aggressioni a piazza Bellini, dagli agguati fascisti alla devastazione del Parco San Gennaro.</strong></p>
<h1>Napoli under attack !</h1>
<h2>di Antonio Musella</h2>
<div>2 / 7 / 2009</div>
<p>E’ la barbarie…..<br />
E’ difficile provare a raccontare cosa sta accadendo a Napoli negli ultimi mesi. Senza dubbio non e’ un problema di collocazione temporale ma di contestualizzazione piu’ complessiva della drammaticita’ della situazione che questa citta’ vive.<br />
La morte di Petru in una folle sparatoria in pieno centro, il pestaggio di piazza Bellini contro la comunita’ lgbtiq, l’agguato dei fascisti a Fuorigrotta, ed ora la devastazione dello Spazio Sociale Parco San Gennaro, un’ esperienza magnifica che da poco ha compiuto un anno di autogestione.<br />
La brutalizzazione delle relazioni sociali, l’affermazione di un modello culturale votato alla violenza ed al sopruso, in pratica il declino definitivo di quella formazione culturale che in questa citta’ e’ sempre stata maggioritaria, fatta di tolleranza, integrazione, solidarieta’ sociale, che ha trovato linfa vitale nei movimenti del 2001 dal Global Forum in poi, e nel movimento no global successivamente.<br />
Un modello culturale alternativo che si era affermato in una citta’ dove i centri sociali ed i presidi di movimento non sono tanti, ma erano stati sempre capaci di permeare il territorio. Oggi, le recenti lotte in difesa della salute e dell’ambiente ci consegnano solo pezzi di citta’ in cui sperimentare un paradigma culturale e sociale nuovo ed alternativo, mentre la gran parte della terza citta’ di questo paese e’ in preda ad un attacco di inaudita violenza.<br />
E’ l’affermazione del paradigma camorristico come stile di vita, come modello culturale, come sentire comune. Oppure, forse, non e’ cosi’….E’ l’affermazione di un modello, quello camorrista appunto, che crea fascinazione e che tiene in sacco, a partire da una minoranza, la gran parte della cittadinanza.<br />
In questa citta’ la vita non ha mai avuto un grande valore, ma oggi sembra averne ancora di meno…<br />
L’imbarbarimento delle relazioni sociali ci racconta di una citta’ dove l’espressione di socialita’ sta trovando sempre piu’ la sua esplicitazione nella formazione del branco/banda oppure, come si dice da queste parti….paranze.<br />
Le “paranze” sono piu’ propriamente le batterie di fuoco della camorra, ma per mutualita’ si associa questo termine, nella definizione piu’ comune, alle comitive di ragazzi. Un meccanismo di difesa ed attacco allo stesso tempo. L’attrezzatura necessaria per sopravvivere nella citta’ della barbarie.<br />
Ed e’ naturale che davanti a questo cambio di scenario le esperienze di autogestione, le diversita’, le forme biopolitiche della vita quotidiana, insomma gli attrezzi stessi di quel modello culturale fino a poco tempo fa vincente in questo territorio sono i primi ad essere sotto attacco.<br />
A questo si aggiunge, per paradosso, un mutamento delle organizzazioni criminali di alcune zone della citta’, in particolare quelle del centro. Smantellate le vecchie famiglie e le vecchi e consolidate gerarchie, oggi le organizzazioni criminali del centro risultano essere un surrogato delle gang americane e londinesi. Bande di giovanissimi che seminano il terrore. Mosse , ovviamente, dalla possibilita’ di fare soldi, guadagni facili, nella citta’ dove l’impatto della crisi ha significato un peggioramento ulteriore delle condizioni di vita. A Napoli c’e’ la miseria, davanti alla quale, anche gli ammortizzatori sociali eccezionali che in citta’ ci sono stati, risultano insufficienti, di conseguenza la barbarie e’ dietro l’angolo..<br />
In questo scenario possiamo dire che siamo sotto attacco. Un attacco di un nemico sempre piu’ invisibile, acefalo, fatto di commistioni complesse, che si caratterizza attraverso un tratto biopolitico fatta di nichilismo ed annientamento sociale. Non c’e’ un filo diretto che lega tutti i recenti episodi, ma e’ la registrazione di un clima complessivo che ci impone una risposta che in nessun modo pio’ essere estemporanea, ma che necessariamente deve ripartire dal rilancio dei processi di autorganizzazione e autogestione. Davanti alla crisi il solo modo che abbiamo per difendere cio’ che siamo e’ l’avanzamento stesso del conflitto che deve aggredire il nodo delle condizioni materiali di vita. Per questo la Campagna Tutti a Casa per il diritto all’abitare, non e’ solo un pezzo del conflitto sociale in citta’, ma significa ripartire con uno stile diverso dell’intendere lo stare in movimento ai tempi della crisi. Il Parco San Gennaro e’ un esperimento, in uno dei quartieri piu’ degradati della citta’, il Rione Sanita’. Un esperienza di autogestione che e’ partita dai bambini, dal recupero dei minori a rischio, da un idea diversa di socialita’, su un lavoro appunto culturale, a cominciare dai piu’ piccoli. Ben presto pero’ lo Spazio Sociale Parco San Gennaro e’ entrato nella Campagna Tutti a Casa, diventandone una delle sedi, partecipando al blocco della vendita di alcuni appartamenti interessati dalla dismissione del patrimonio pubblico proprio in quel quartiere, e poi aprendo le liste di occupazione delle case. Tutto dal basso, senza guadagnarci una lira, senza speculazioni, affermando un modello culturale diverso in un quartiere gia’ regno della barbarie. Ed a qualcuno questo da fastidio.<br />
Per questo l’attacco allo Spazio Sociale Parco San Gennaro non e’ semplicemente un atto vandalico, o la bravata di qualche ragazzotto di strada ma è qualcosa di piu’ e di piu’ complesso.<br />
In questo clima, i groppuscoli fascisti che fino a pochi mesi fa erano esattamente dove devono stare, ovvero nelle fogne, trovano coraggio e linfa per aggredire in 9 contro 2, due compagni dei centri sociali, pedinandoli, e picchiandoli con mazze e cinte, e solo per puro caso non sono partite le coltellate. Sebbene questi groppuscoli non rappresentano un problema per incidenza e proporzione si inseriscono nel contesto piu’ complessivo di attacco alla citta’.<br />
Una citta’ che sembra finalmente essere stanca della barbarie. Senza dubbio i movimenti hanno sempre inteso in maniera errata e senza fine giudizio alcune esperienze siciliane di lotta alla mafia, considerandole troppo semplicisticamente delle espressioni legate a lobby o potentati politici. Il movimento di lotta alla mafia in Sicilia e’ fenomeno concreto, che esiste, che e’ radicato. A Napoli ed in Campania non abbiamo un esempio simile, ma senza dubbio oggi comprendiamo la necessita’ non della parafrasi di quel modello, ma della necessita’ di un sentimento di indignazione popolare necessario. Noi lavoriamo su questo. Lavoriamo spesso in solitudine, spesso senza soldi, senza possibilita’ di essere capaci di mettere in campo attrezzature di alto livello. Lavoriamo nei conflitti, nell’affermazione di un modello culturale diverso, nella costruzione di welfere autogestito, nella costruzione di comunita’ altra. Lo facciamo prendendoci tutti i rischi e tutte le conseguenze che questo comporta in uno scontro davanti alla barbarie, dove forse al momento non siamo attrezzati per incidere su dei rapporti di forza che sono sproporzionati nei termini dello scontro.<br />
Lo facciamo perche’ sappiamo che non siamo noi sotto attacco ma e’ la citta’ vera.<br />
Lo facciamo perche’ l’altro mondo possibile indicatoci dai cicli di lotta precedenti, abbiamo capito che dobbiamo provare a costruirlo prima a casa nostra, qui a Sud. Lo facciamo perche’ quella voglia irriducibile di cambiare il mondo sappiamo che è un processo reale che ha bisogno di inneschi, e noi proviamo a costruire i migliori inneschi possibili. Lo facciamo perche’ la capacita’ che abbiamo avuto di costruire comunita’ resistenti dall’Onda a Chiaiano c’ha dato forza e speranza, c’ha insegnato tanto e c’ha fatto vedere almeno un po’ quella luce in fondo al tunnel.<br />
Per questo, con gli occhi rossi e gonfi di lacrime di rabbia possiamo gridare sereni :<br />
<strong>Noi non abbiamo paura !</strong></p>
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		<title>Quando una produzione non è una balla&#8230;</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Sep 2009 22:21:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>musella81</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ambiente e salute]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Pubblicato su Global Project il 22.06.2009</p>
<h1>Quando una produzione non è una balla</h1>
<div>di <a title="Antonio Musella" href="http://www.globalproject.info/it/tags/antonio-musella/author">Antonio Musella</a></div>
<div>22 / 6 / 2009</div>
<p>Quando si vogliono ripercorrere le scene del movimento italiano degli ultimi venti anni, per compiere quel salutare esercizio di ricordo per chi c’era e di apprensione di testimonianza per chi no, si finisce spesso su youtube. Il corteo della manifestazione dell’opposizione sociale del 10 settembre del 1994 a Milano, senza dubbio e’ un cult per gli attivisti che frequentano youtube. Quelle immagini mosse, “compresse” con l’audio gracchiante provano a compiere il ruolo di “archivio visivo” del movimento. Senza dubbio il movimento noglobal ha significato un salto di qualita’ importante. Molte infatti sono le produzioni video sul G8 di Genova, sul Global Forum di Napoli, sulle carovane in Chiapas. Ma nessuno di tutti questi lavori riesce ad assolvere in pieno quel compito che “Una montagna di balle” riesce a interpretare pienamente.<br />
Prodotto da PDB (Produzioni dal Basso), “Una montagna di balle” e’ la prima produzione film di Insu Tv, la telestreet napoletana che da anni trasmette in etere nel centro storico napoletano, ed e’ diventata un punto di riferimento per il mediattivismo cittadino sempre in crescita ed in espansione.<br />
Il lavoro del “fantomatico” regista collettivo Nicola Angrisano, ripercorre le cause dell’emergenza rifiuti in Campania, le trame, gli affari e soprattutto le lotte. Centinaia di ore di girato da quel 29 agosto del 2004 quando davanti al cantiere dell’inceneritore di Acerra si apri’ la lunga stagione di lotta in Campania sul tema dell’ambiente e della salute. I protagonisti, manco a dirlo, i comitati di lotta, i presidi permanenti, ed alcune partecipazioni che qualitativamente rendono questo lavoro il piu’ importante in assoluto sul tema. Da Paolo Rabitti, autore di “Ecoballe” e consulente della Procura di Napoli nel processo contro Bassolino e Impregilo, a Franco Ortolani, geologo, dal docente Angelo Genovese a Paul Connet, fino alla ciliegina sulla torta rappresentata dalla straordinaria interpretazione di Ascanio Celestini a cui è affidata la lunga narrazione delle vicende in Campania.<br />
Per la prima volta un ciclo di movimento si racconta dal punto di vista politico e racconta in maniera minuziosa le sue ragioni, smascherando gli interessi dei grandi potentati economici. Per la prima volta un intero ciclo di movimento lascia una traccia indelebile per chi verrà dopo, ma anche per chi tutt’ora è in lotta.<br />
Un lavoro titanico, quello di montare insieme esperienze di lotte distribuite in tutta la Campania ed in un arco temporale di almeno cinque anni. “Una montagna di balle” è quel segno importante, necessario per le generazioni future di attivisti, che molti cicli di lotta in questa città non hanno saputo lasciare. Non esiste un film sulla storia dei movimenti dei disoccupati napoletani, eppure rappresentano trent’anni di lotte, non esiste un film sulla storia delle occupazioni di case a Napoli, eppure sono decine di migliaia le abitazioni riappropriate dai terremotati dopo il 1980, nemmeno il movimento noglobal, sebbene i lavori su Genova e Napoli, e’ stato capace di raccontarsi in un lavoro cosi’ completo.<br />
Le lotte contro il piano rifiuti in Campania ci sono riuscite.<br />
Frutto questo di una crescita costante del mediattivismo napoletano negli ultimi anni. A Napoli non abbiamo mai avuto una vera radio di movimento, non abbiamo nemmeno mai avuto un magazine di movimento negli ultimi venti anni. Oggi invece dall’esperienza di Insu Tv in poi c’e’ stato un proliferare di collettivi e network legati al movimento. L’esperienza di alcune radio come Radioazioni e Radiolina, l’esperienza di Global e di Indymedia, poi la formazione di collettivi legati alle arti visive come Alternative Visuali, alcuni magazine come Monitor, fino alle web Tv. Fino ad un anno e mezzo fa’ non ce n’era nemmeno una, ora addirittura quattro : Insu Tv che dall’etere va anche in web, Chiaianodiscarica, Unionda fino all’ultimissima nata, Nata Tv appunto (che in dialetto napoletano significa anche “un’altra”) che dal 1° Luglio andrà in onda su insurgencia.info ed all’interno del Network di Global Project.<br />
Sintomo di come la comunicazione rappresenti oggi un priorità ineluttabile per il movimento, nella nostra città in particolar modo.<br />
“Una montagna di balle” è anche la prima esperienza di produzione di un certo livello provata dagli ambiti di movimento, un salto di qualità che segue la scia di altri lavori come “Fratelli di Tav” che hanno raggiunto ottimi successi come produzioni indipendenti.<br />
Il film si apre con la vicenda di Acerra e si conclude proprio li, il quel 26 marzo scorso quando il bottone rosso dell’inceneritore viene attivato da Silvio Berlusconi, con i banditi di Impregilo acclamati come degli eroi. Un lavoro dai ritmi esaltanti con le musiche di Marco Messina dei 99 Posse e Sangue Mostro, e con il supporto di decine di attivisti che hanno lavorato sul campo, tra monnezza, lacrimogeni e tanti, tanti manganelli. Le voci degli anziani di Serre e di Andretta, la rabbia dei cittadini di Pianura e Chiaiano, la disperazione di Acerra e Giugliano sono pezzi di una storia che si compone e che segue una cronologia dettata dagli eventi e dalle lotte.<br />
Anticipato da alcune piccole produzioni comparse sui network di movimento durante quest’anno, “Una montagna di balle” uscirà in alcune sale italiane nel mese di luglio per poi partecipare ad alcuni festival indipendenti.<br />
Questo lavoro rappresenta la possibilità di non dover più ripiegare su quelle immagini compresse, su quelle voci gracchianti, ma consegnare invece alla storia del movimento un lavoro completo, “fatto bene” come si direbbe da queste parti.<br />
Un lavoro che vive nel sangue vivo delle lotte che racconta, negli sguardi, nella determinazione, di quei cittadini resistenti che qualcuno chiamava egoisti.<br />
Grazie ad Insu Tv per aver costruito questo prodotto, e per poter dare nuovo impulso alle tante esperienze di informazione indipendente che stanno crescendo nel paese.</p>
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		<title>Lo scippo impunto</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Sep 2009 22:19:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>musella81</dc:creator>
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<p><strong>Scontro elettorale e nuovi poteri </strong></p>
<h1>Lo scippo impunito</h1>
<h2>La crisi alla regione Sicilia e la necessita’ di una nuova idea meridionalista.</h2>
<div>di <a title="Antonio Musella" href="http://www.globalproject.info/it/tags/antonio-musella/author">Antonio Musella</a></div>
<div>16 / 6 / 2009</div>
<div>
<p>Cio’ che sta avvenendo alla Regione Sicilia agli osservatori poco attenti racconta di uno scontro di potere. Una battaglia combattuta dal despota Raffaele Lombardo capo del Movimento per le Autonomie contro gli alleati forzisti delle correnti del ministro Alfano e del coordinatore regionale Micciche’. Una battaglia la cui sostanza e’ tenuta ampiamente fuori dal piano della comunicazione.</p>
<p>Sia ben chiaro : e’ evidente che Raffaele Lombardo ed il Movimento per le Autonomie rispondano a dei gruppi di potere locali, nella stragrande maggioranza dei casi legati alle organizzazioni criminali mafiose. Proprio queste in Sicilia sono ben lontane dalle dinamiche da gangs delle metropoli come Napoli e Bari, ma che rappresentano la nuova formula del crimine ovvero un sistema di potere imprenditoriale a controllo mafioso. Inoltre l’Mpa in tutto il Sud sta costruendo il suo radicamento territoriale a partire dalle relazioni costruite in maniera clientelare con i residui della prima repubblica. In particolar modo con gli ex democristiani come l’ex ministro dell’Interno Vincenzo Scotti. Ma il succo dello scontro politico che si vive oggi in Sicilia risulta essere paradigmatico della condizione del Sud del paese rispetto alla gestione delle politiche economiche.</p>
<p>I fondi F.A.S. europei, fondi per lo sviluppo del mezzogiorno sono il cuore della questione. I fondi concessi dalla Comunita’ Europea alle regioni meridionali sono giunti alla seconda ed ultima tranche, la prima quella 2001-2006 si e’ esaurita in una serie di politiche assistenziali e di sostegno alle nuove poverta’ , la seconda tranche quella 2007-2013 risulta essere l’ultima. L’allargamento dell’Unione infatti portera’ a dirottare i fondi che in questi anni sono andati a Portogallo, Grecia, Spagna ed appunto il Sud dell’Italia, sui paesi dell’Est appena entrati nella comunita’ europea. Stiamo parlando di una mole di denaro estremamente significativa.</p>
<p>Al momento i soli fondi esterni che arrivano nel nostro paese.</p>
<p>In piena crisi. Quando non c’e’ un euro.</p>
<p>Il governo, un governo di uomini del Nord, caratterizzato da una legislazione in materia di sostegno allo sviluppo ed ammortizzatori sociali con una netta priorita’ per le regioni settentrionali del paese, ha ben pensato di dirottare i fondi Fas per la maggior parte delle azioni del governo in questo ultimo anno sottraendoli dalla disponibilita’ delle regioni del Sud.</p>
<p>I dati parlano in maniera chiara.</p>
<p>I fondi FAS sono stati stornati dal bilancio del Ministero del welfere , da dove dovevano poi essere trasferiti alle regioni meridionali, nell’ordine : per finanziare la cassa integrazione generale, generando lo slittamento dei fondi per il Sud al Nord grazie ad un basilare principio ovvero quello che ci sono piu’ occupati e quindi piu’ cassaintegrati in Lombardia che in Campania; sono stati utilizzati per finanziare parte del pacchetto sicurezza ed in particolar modo per la costruzione dei nuovi C.i.e. da parte del Ministero dell’Interno, a cominciare da quelli da costruire proprio a Sud, stravolgendo il senso di fondi che servono per lo sviluppo delle attivita’ produttive e per misure di sostegno al welfare; un’ultima parte di questi fondi e’ stata destinata al fondo per gli ammortizzatori sociali nazionali, generando in questo modo la riduzione della spesa pubblica al Nord colmata con dei fondi che sono esclusivi per il meridione. Tutto questo in pochi mesi.</p>
<p>Lo scontro in atto in Sicilia, che vede protagonisti degli attori che senza dubbio rappresentano gli interessi dei poteri forti si basa proprio sull’utilizzo dei fondi Fas, in una regione che tra l’altro ha uno statuto autonomo ed ha la peculiarita’ di produrre ingenti introiti dalla tassazione regionale che vengono spesi esclusivamente sul territorio.</p>
<p>Sono lontani i fasti del Sud dove l’arrivo di fondi e finanziamenti da parte dello Stato erano accompagnati dalla costruzione di un sistema di potere clientelare, che trasversalmente riusciva a derubare i cittadini della spesa pubblica, dei fondi per la Cassa del Mezzogiorno, dei fondi per la legge 219 sul dopoterremoto, costruendo un meccanismo di tangenti e sperpero del denaro pubblico che si associava con la difesa degli interessi delle banche e dei gruppi industriali che costruivano cattedrali nel deserto. I governi pullulavano di meridionali&#8230;.che non amavano la loro terra : De Mita, Pomicino, Di Donato, De Lorenzo, Mastella. Oggi invece ci sono Berlusconi, Bossi, Calderoli, Maroni, Zaia, Sacconi, Tremonti&#8230;che non amano la nostra terra.</p>
<p>Abbiamo in Europa dei fulgidi esempi di come l’utilizzo concreto e corretto dei fondi europei abbia potuto cambiare i volti di un paese. Il Portogallo senza dubbio e’ il miglior esempio possibile, come proprio Global Project ha riportato recentemente. Un paese libero dalla dittatura da pochi decenni, che negli anni ’80 non aveva le autostrade. L’utilizzo dei fondi europei non solo ha trasformato le grandi citta’ come Lisbona e Oporto in metropoli europee, ma ha completato la rete autostradale, la rete ferroviaria, ed ha reso il Portogallo paese leader per l’utilizzo di energie da fonti rinnovabili. Per percorrere in treno da Lisbona ad Oporto su treni che arrivano a 300Km/h disegnati da Pininfarina e costruiti dalla Breda si impiega poco meno di due ore per oltre 500Km e si paga un biglietto 14 €. In Italia per andare da Napoli a Bari in treno c’e’ il rischio di impiegarci una giornata per percorrere 250 Km.</p>
<p>Eppure il paese Lusitano ha caratteristiche cosi’ simili al meridione del nostro paese che lasciano davvero l’amaro in bocca.</p>
<p>La prima tranche dei fondi europei per lo sviluppo del mezzogiorno sono andati sostanzialmente in due direzioni, la prima sui trasporti la seconda sulle misure di contrasto alle nuove poverta’. La prima si e’ concretizzata in maniera evidente solo in Campania con le linee metropolitane della citta’ di Napoli e con la metropolitana regionale, mentre nelle altre regioni a cominciare dalla Sicilia stessa non hanno avuto nessun risultato concreto in termini di costruzione di strutture ed infrastrutture. Le misure di contrasto alle nuove poverta’ vivono tutte del modello sperimentato in Campania con la creazione del percorso di orientamento al lavoro, formazione ed inserimento in attivita’ socio lavorative costruito dalla Regione. Un bacino importante di alcune migliaia di disoccupati, la stragrande maggioranza dei quali provengono dai movimenti di lotta. Una misura che ha garantito e garantisce un reddito di esistenza di circa 500 euro al mese senza costruire ne’ una possibilita’ di impiego reale, ne tanto meno la possibilita’ di sviluppo di nuovi settori produttivi. Una misura comunque importante in una regione con 140 mila famiglia al di sotto della soglia di poverta’, ovvero 5.000 euro di reddito annui, ma che non riesce ad incidere sulla necessaria trasformazione dei tessuti produttivi del territorio. In Campania, come in Calabria dove lo schema e’ stato mutuato dallo stesso ente. Cosi’ come il reddito di cittadinanza, senza dubbio peggiore di quello appena approvato dalla Regione Lazio, che e’ riuscito , con soli 77 milioni di euro a disposizione a dare una risposta troppo piccola rispetto ai bisogni reali. Misure di assistenza. Una storia che in fin dei conti non cambia mai.</p>
<p>Il sud del paese dal 1860 subisce lo scippo di fondi e competenze verso il Nord del paese. Poi, dopo la guerra, siamo stati quelli che hanno avuto tardi l’industrializzazione e troppo presto la deindustrializzazione che ha lasciato sul territorio dei veri e propri non luoghi dove la dismissione ha distrutto l’urbanistica e la vita sociale dei territori, quella condizione di subalternita’ del Sud al Nord che<em> “Stato e sottosviluppo”</em> c’ha raccontato cosi’ bene insieme al sistema di saccheggio della Cassa del Mezzogiorno che difendeva gli interessi dei gruppi imprenditoriali del Nord e quelli dei politici del Sud. Poi, infondo, piu’ nulla, se non delle manovre incapaci di trasformare davvero il tessuto produttivo e sviluppare dunque dei percorsi di autonomia in termini di produzione, in termini di redistribuzione della ricchezza in termini di stato sociale nuovo.  Eppure il Portogallo sta meglio di noi&#8230;</p>
<p>Il Sud del paese vive oggi lo smantellamento degli ultimi residui del tessuto produttivo legato al comparto manifatturiero : Fiat, Alitalia, Fincantieri. Allo stesso tempo vede sparire i fondi europei verso il Nord, questo in una fase di crisi globale significa l’impossibilita’ di poter prevedere una trasformazione sociale del tessuto produttivo e di conseguenza lo sviluppo di nuovo welfere slegato dalla logica assistenzialista.</p>
<p>Il meridione dovrebbe guardare agli esempi che il mediterraneo offre. Non solo il Portogallo ma anche &#8230;.Israele. Lo stato sionista, perennemente in guerra, ha un tessuto produttivo che oltre alla produzione militare e’ legato al settore di ricerca e sviluppo del Hi tech. Nokia, Motorola, Lg, Ibm hanno tutte i centri di ricerca e sviluppo per il Sud Europa in Israele. Allo stesso modo la possibilita’ di utilizzo delle fonti rinnovabili di energia, proprio mentre dagli Usa arriva la <em>green economy</em>, sono infinite e forse uniche in Europa per le regioni del mezzogiorno. Eolico, solare, termico, energia mareomotrice. Il 30% dell’energia eolica del nostro paese e’ prodotto dalla Ivpc , un’azienda di Benevento che produce il doppio dell’eolico dell’Enel, cosi’ come la Accomandita in Sicilia produce la maggior parte del solare prodotto nel nostro paese. Ma e’ una produzione che risulta essere fine a se stessa, ed al massimo viene venduta al gestore nazionale piuttosto che sviluppare una rete alternativa capace di alimentare intere citta’ con fonti rinnovabili. Un settore produttivo che non viene considerato centrale, a differenza del settore edilizio e delle fonti assimilate (inceneritori, biomasse, centrali turbogas), e che di conseguenza resta legato al meccanismo della rendita ed ha un impatto bassissimo sul miglioramento delle condizioni di vita generali in termini di vivibilita’ e sviluppo.</p>
<p>La Puglia raggiunge oggi quasi il 40% di energia prodotta da fonti rinnovabili, eppure allo stesso modo e’ terreno di conquista degli scempi di Ecogem ed Ecoenergia le aziende di Emma Marcegaglia con i loro inceneritori, le centrali a biomasse e le discariche.</p>
<p>Cosi’ come nelle attivita’ produttive anche sul campo del nuovo welfere si riscontrano limiti enormi. Al di la’ della necessita’ oggettiva e drammatica di un reddito di esistenza per quella enorme fascia sociale espulsa dal mercato del lavoro, non si agevola l’azienda cooperativa, ma si pensa ad essa solo come contenitore per “gestire” le politiche di assistenza, tanto che oggi il piu’ grande ammortizzatore sociale del mezzogiorno e’ rappresentato dalla gestione delle politiche di assistenza e di formazione-lavoro.</p>
<p>Senza dubbio Lombardo non pensa ad una lotta con il governo centrale per pianificare la possibilita’ di trasformazione del tessuto produttivo del sud.</p>
<p>Lombardo deve rispondere a quei gruppi di interesse che lo rendono uno dei piu’ votati alle recenti elezioni europee con 200 mila preferenze, deve rispondere a quegli interessi che oggi gli consegnano il 12% in Sicilia, dandogli una visuale piu’ simile allo sviluppo di quella autonomia siciliana tanto cara al bandito Giuliano ed alla mafia di un tempo.</p>
<p>Ma oggi l’urgenza di immaginare una movimento politico e sociale capace di rivendicare autonomia, indipendenza e fondi per il mezzogiorno non è piu’ rimandabile. Non si puo’ rimandare perche’ non e’ pensabile che Lombardo e l’Mpa possano avere il monopolio politico su questi temi, non e’ pensabile perche’ il piano della rappresentanza istituzionale è incapace di pensare a dei processi di trasformazione sociale come quelli descritti in piena autonomia ed indipendenza dal governo nazionale. Non e’ pensabile infine perche’ lo scenario che abbiamo davanti dopo il 2013 con la fine dei fondi europei e’ di una drammaticita’ impressionante se non si costruisce nulla ora. Infine non e’ pensabile perche’ la storia duosiciliana ci consegna un desiderio di autonomia ed indipendenza di queste terre che deve necessariamente trovare una risposta nell’oggi, giammai in chiave nostalgica ma pienamente post moderna.</p>
<p><em> * Laboratorio Occupato Insurgencia, Napoli<br />
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